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Formazione e aggiornamento docenti (S.O.F.I.A): per le OO.SS non c'è obbligo al di fuori di quanto  regolato dal CCNI

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In genere quando scrivo su Professionisti Scuola Network racconto storie, idee, esperienze lasciando abbastanza fuori quell’idea di tutorial che in larga parte si è diffusa sulla rete e che, tuttavia, spesso aiuta i colleghi a mettere su sperimentazioni validissime.

 

Questa volta vado contro e, sotto forma di tutorial, vi racconto un’esperienza fatta in una seconda media con la mia collega di matematica e scienze, la prof.ssa Rosanna Dell’Università, che ha scritto come me le poche righe che state leggendo.

 

Ci siamo accorti di quanto spesso sia infruttuoso pretendere uno studio mnemonico della fisica, soprattutto alle scuole medie. In particolare, anche la mera spiegazione, per quanto chiara e dettagliata, se resta su un piano teorico e verbale non resta impressa nella mente degli studenti che non hanno, a questa età, la dovuta capacità di astrazione per immaginare i meccanismi propri della fisica sperimentale.

 

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Sono cresciuto pieno di idee libertarie che hanno preso corpo in me anno dopo anno. Ho vissuto il crollo dei muri in quel 1989 che non sfuggirà mai dalla mia memoria; nel quotidiano l’idea di muro mi avvilisce, mi fa sentire costretto, schiavo delle consuetudini e nella pratica di insegnante mi succede lo stesso.

Mi viene in mente il TED EX di Matera, quando il mio amico Piersoft Paolicelli si chiese chi fosse stato Leibniz. A chiederlo in giro rischieremmo di avere risposte davvero variegate: qualcuno ci parlerebbe della sua matematica e del calcolo infinitesimale, croce e delizia degli studenti; altri ricorderebbero il suo essere filosofo, la sua capacità logica di pensatore che tanto ha fatto scrivere negli anni.

In ognuna di queste visioni, tuttavia, esiste proprio la sua idea di “monadi”, infatti in ognuna di queste risposte non vediamo il riflesso di Leibniz nel nostro mondo, nel nostro essere consapevoli del suo pensiero. Ed ecco che nasce la necessità di un’etichetta, di una categoria, di una forma in cui identificare il nostro amico, che, dal canto suo, sono certo, non si sia mai posto questo problema.

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In fondo siamo tutti dei mezzi Conti Mascetti.

“Ecco. Questa è la zingarata. Una partenza senza meta e senza scopi. Che può durare un giorno, due o una settimana.”
Siamo partiti così. Ispirati dal generatore casuale di relazioni didattiche di Antonio Fini. Piersoft ne ha fatto un BOT Telegram. Il passaggio alla politica  è stato immediato. Come se fosse Antani. Non certo per disprezzo, ma per naturale diletto.

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Il BOT è un automa e data la natura della zingarata, questa ci è sembrata un’occasione speciale per ragionare sulle quintessenze evanescenti.

PSN Open DataCosa possono un buon amico, un computer ed un divano è davvero difficile da dire. I bambini dormivano già e a mezzanotte passata siamo rimasti io, Francesco Piersoft Paolicelli ed il suo mac estensione del suo intelletto. È bastata una domanda - PIERO COSA SONO GLI OPEN DATA? - per farmi aprire una porta su un mondo nuovo con incredibili percorsi da esplorare e percorrere.

Cosa sono gli OPEN DATA? Beh ve lo faccio raccontare da Piersoft direttamente.

20170308 113728 buonaCapita, a volte, che le cose migliori nascano da una sconfitta o da un  momento di riflessione. È quello che è successo nella mia III D. In un momento difficile del nostro rapporto mi sono accorto di come il mio atteggiamento disincantato ed informale, che da sempre tengo con i miei ragazzi, non sortisse l'effetto voluto. La libertà di apprendimento, la libertà di studiare senza l'assillo del voto, dell'interrogazione, dei compiti assegnati a casa, avrebbe dovuto nella mia idea sviluppare autonomia, capacità di autoapprendimento, capacità di raggiungere il risultato organizzandosi il lavoro da  soli. Una didattica siffatta però, ha la necessità  di essere costantemente valutata, alimentata e  controllata.

In questo caso la situazione mi è evidentemente sfuggita di mano visto che ho notato nei ragazzi un eccessivo rilassamento con conseguente allontanamento da quelli che erano i loro doveri di  studenti. In un confronto onesto, ma allo stesso tempo acceso ed intenso, abbiamo scoperto le carte e ho manifestato la mia volontà di recuperare una didattica tradizionale, fatta di lezioni frontali di assegno e  di compiti a casa, necessaria, a mio dire, per recuperare e raggiungere i risultati  prefissati.

20170226_163705.jpgA volte ci sono pomeriggi in cui la noia rischia di farla da padrona.  Ed è proprio in questi pomeriggi che gestire un bambino di sei anni, con la sua voglia di vivere, con le sue energie inesauribili  rischia di diventare un'impresa titanica.

Certo si potrebbe ricorrere a Santa Madre televisione, o dare a mio figlio il tablet con i videogiochi visto che è più bravo di me in molti di quelli che abbiamo scaricato insieme.

IMG-20170209-WA0005[1].jpgIMG-20170209-WA0006[1].jpg Ma nonostante io sia un gamer appassionato e un fruitore di Videogiochi la decisione non sempre mi piace, soprattutto quando riguarda mio figlio.

E allora ecco l'idea è venuta a cavallo delle ali di una mosca fastidiosa che gironzolava in cucina dopo che avevamo finito di mangiare e lavare i piatti.  Perché non costruiamo una  mosca simpatica?  Perché non costruiamo un insetto che si muova  da solo? -  Papà mi stai dicendo che costruiremo un robot?  Certo amore mio proprio un robot.

L'attività che vi presento e che spero ripetiate, nasce proprio in questa maniera.

..continua da Coding e Robotica: una nuova didattica è possibile? I parte


 1Il dipinto in foto si chiama “l’imbuto di Norimberga” ed era affisso nelle scuole tedesche tra il XV ed il XVI secolo. Mi è stato mostrato dal
mio caro amico Francesco Piersoft Paolicelli. Non ha bisogno di particolari spiegazioni perché rappresenta straordinariamente il nostro sistema scolastico. Una maestro benevolo, sorridente, a tratti anche rassicurante che versa con il suo sapiente imbuto, tutto il sapere e le conoscenze nella testa dell’allegro studente, poco più di un mero contenitore. Evidentemente oggi non possiamo più trattare i nostri studenti alla stregua di contenitori né considerarlo meri depositare del nostro bagaglio di conoscenze.

Penso a Carmen, una mia dolcissima alunna, che a dodici anni deve badare ai fratellini più piccoli visto che i genitori tornano tardi dal lavoro. Vuole fare l’estetista da grande, sogna un grosso salone e tanti dipendenti ed un ambiente allegro e sempre sorridente, come lei. Ora, secondo il modello attuale, io, insegnante indegno di tecnologia, devo insistere nel riempirle la testa di nozioni sulla zangola (prima o poi dovrò decidermi ad andare a vedere su wikipedia di cosa si tratta), sulle turbine a vapore e su non so quale altre diavoleria. Con quali speranze? Con quali aspettative? No, il modello “tutti professori universitari” non può più funzionare.

Penso alla mia breve carriera da docente, a questi lunghi, lunghissimi tre anni di insegnamento e a quello che è successo la prima volta che sono entrato in aula. Ero pronto, pronto il discorso, pronta la lezione, e valutata ogni possibile reazione a quello che sarebbe potuto succedere, ma ovviamente non ero pronto a quello che realmente successe.

1Mi guardavano, mi osservavano, mi scrutavano profondamente, con attenzione, con sospetto, con curiosità malcelata e con occhi di fuoco pronti al giudizio, alla più piccola impercettibile incertezza umana e professionale, pronti tutti a farti a pezzi. Non, non parlo di predatori della savana, ma soltanto dei miei studenti.
Sono passati tre anni e da quel giorno, ogni volta che entro in classe, ogni volta che sto per iniziare una lezione, ogni volta che sto per parlare, mi prende il blocco allo stomaco e rivedo quegli occhi. Ma non è più uno sguardo di timore, né tantomeno indagatore, ma soltanto lo sguardo di chi si aspetta qualcosa da te,che prova ad immaginare quello che stai per insegnargli, prova a capire, senza ovviamente rendersene conto, se quello che vuoi trasferirgli gli servirà o no, ed il peso delle responsabilità di fa grande.

Beh a volte mi capita di fare così, di impazzire e di andare controcorrente.

Entro in classe, raccolgo i miei studenti intorno ad uno dei banchi, prendo undici penne e le dispongo così, in fila, una dietro l’altra. E dico – “Ci sono undici penne sul banco. Io ne prendo due e chi mi sfida potrà prenderne 1, 2 o 3 prima che ricominci io. Continueremo finché non restano più oggetti sul tavolo. Il giocatore costretto a raccogliere l’ultimo oggetto perde”.

Inutile dire che per un’ora intera ho sempre vinto.

Negli ultimi cinque minuti di lezione ho sfidato i miei ragazzi a scoprire il trucco che mi consentiva di vincere ogni partita e di farne un algoritmo da implementare sul nostro amatissimo Micro:bit.

È lì che mi piace mettermi in disparte, spostarmi dal centro dell’attenzione e vedere come la classe diventa un laboratorio di menti che friggono e partoriscono idee, che provano le stesse, che si sfidano, che annotano gli errori, che individuano i punti critici dell’algoritmo e che ne elaborano la soluzione, esatta, incredibilmente esatta.

 

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Non è un segreto ormai che da un po’ uso micro:bit, un microcontrollore nato in Inghilterra per rendere semplice l’introduzione del coding fin dalle scuole elementari (VEDI ARTICOLO Micro:bit giochiamo subito col coding), ma dalla potenza di calcolo sorprendente.

Invece che decantarne le lodi, tuttavia, abbiamo pensato, col mio amico Giovanni Basile, che a differenza mia è un informatico esperto, di provarlo creando un’attività didattica vera e propria.

Abbiamo pensato al codice binario ed alla codifica che mi ha impegnato lo scorso anno nelle classi prime della scuola secondaria di Primo grado Solimena-De Lorenzo, dove insegno tecnologia. In particolare lo scorso anno avevamo trasformato la codifica binaria in una attività di coding unplugged usando il gioco delle carte.

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