De Bono Mussolini Balbo

1) L'Italia, che soltanto nel decennio precedente la guerra era entrata nella sua fase di decollo economico, aveva potuto sostenere le spese del conflitto solo indebitandosi pesantemente con l'Inghilterra e gli Stati Uniti, della qual cosa la sua valuta non aveva risentito soltanto perché lo stato di belligeranza aveva mantenuto la fissità dei cambi con i paesi alleati, consentendole di acquistare le materie prime ad essa necessarie – grano, carbone e petrolio – a prezzi abbastanza vantaggiosi. Questa situazione venne tuttavia meno con la fine del conflitto, quando proprio l'indebitamento del paese determinò la sua perdita di credibilità, e dunque la svalutazione della lira, innescando un pesantissimo processo inflazionistico"che spingeva verso l'alto il costo della vita, penalizzando i ceti disagiati, gli operai e gli impiegati": "ci volevano 28 lire per comprare un dollaro, mentre un anno prima ne bastavano solo 13. Per un paese che era costretto a comperare dall'America grano, carbone e petrolio, un cambio così sfavorevole rappresentava un autentico disastro economico".

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2) Fu questo il primo aspetto di una gravissima crisi economica e sociale che avrebbe visto, negli anni del cosiddetto "biennio rosso" (1919-20), la violenta contrapposizione, talvolta palesemente ispirata all'esempio rivoluzionario russo, dei disoccupati, reduci e non, nonché di contadini e operai – fortemente delusi dal "mancato adempimento delle promesse di radicali riforme economiche che si erano largite ai combattenti per incoraggiarli ai supremi sacrifizi" – ai grandi proprietari di latifondi e agli industriali che, arricchitisi con le commesse di guerra, questa conclusasi, procedevano alla chiusura di fabbriche ormai non remunerative.

 

3) Gli sforzi governativi furono perciò prevalentemente orientati, "con esenzioni fiscali e contributi finanziari al sostegno dell'industria [il cui sviluppo nel corso della guerra era stato notevolmente accelerato, caratterizzandosi per un gigantesco 'processo di espansione e concentrazione'], alle prese con la riconversione degli impianti dalla produzione bellica a quella civile" e con la generalizzazione dei metodi tayloristici finalizzati all'incremento della produttività del lavoro; al tempo stesso, per meglio affermare i propri interessi collettivi, di classe, la borghesia industriale da un lato cercava di superare le proprie contrapposizioni interne per mezzo dell'organizzazione confindustriale, e dall'altro concedeva la giornata lavorativa di otto ore per attenuare una conflittualità sociale che tuttavia – non foss'altro perché spesso quell'accordo non era rispettato – restava fuori controllo: "così, all'occupazione dei latifondi nel centro e nel sud della penisola ['ancora dominato dal latifondo estensivo e dalla piccola proprietà contadina'] da parte dei braccianti [ormai impossibilitati a prendere la strada dell'emigrazione, poiché 'nel 1917 gli Stati Uniti, che rappresentavano la destinazione principale dell'emigrazione meridionale, cominciarono a chiudere le frontiere regolamentando con grande rigidità i flussi migratori'], corrisposero scioperi e manifestazioni che nell'estate del 1919 dilagarono nelle città industrializzate del nord [e coinvolsero 'oltre agli operai […], il pubblico impiego (insegnanti e ferrovieri, magistrati e postelegrafonici e persino la polizia)'], tramutandosi spesso in requisizioni nei negozi di generi alimentari e di altri beni di prima necessità"…

 

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