Popper1) Nonostante l'apertura di prospettive d'indagine profondamente innovative, capaci di mettere definitivamente in crisi la plurimillenaria concezione del primato della volontà nella determinazione dell'esistenza umana, le ricerche di Karl Marx e Sigmund Freud – e ancor più delle scuole che avevano ispirato – erano state piuttosto "tradizionaliste" sul piano della propria autocomprensione, del tutto in linea con l'aspirazione della metafisica occidentale ad un sapere "assoluto", "definitivo", sostanzialmente persuaso dell'impossibilità di una confutazione non solo dei propri principi, ma perfino delle proprie conclusioni specifiche.

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2) Karl Popper (Vienna 1902 - Londra 1994), studioso di filosofia, matematica e fisica, riconduce la propria precocissima insoddisfazione nei confronti di tali concezioni proprio al "loro apparente potere esplicativo. Esse sembravano in grado di spiegare praticamente tutto ciò che accadeva nei campi cui si riferivano. Lo studio di una qualunque di esse sembrava avere l'effetto di una conversione o rivelazione intellettuale, che consentiva di levare gli occhi su una nuova verità, preclusa ai non iniziati. Una volta dischiusi in questo modo gli occhi, si scorgevano ovunque delle conferme: il mondo pullulava di verifiche della teoria. Qualunque cosa accadesse, la confermava sempre. La sua validità appariva perciò manifesta; e, quanto agli increduli, si trattava chiaramente di persone che non volevano vedere la verità manifesta, che si rifiutavano di vederla, o perché era contraria ai loro interessi di classe, o a causa delle loro repressioni tuttora 'non-analizzate' e reclamanti ad alta voce un trattamento clinico. […]

L'elemento più caratteristico di questa situazione mi parve il flusso incessante delle conferme, delle osservazioni, che 'verificavano' le teorie in questione […]. Un marxista non poteva aprire un giornale senza trovarvi in ogni pagina una testimonianza in grado di confermare la sua interpretazione della storia; non soltanto per le notizie, ma anche per la loro presentazione – rilevante i pregiudizi classisti del giornale – e soprattutto, naturalmente, per quello che non diceva.

Quanto ad Adler [psicanalista non freudiano], restai molto colpito da un'esperienza personale. Una volta, nel 1919, gli riferii di un caso che non mi sembrava particolarmente adleriano, ma che egli non trovò difficoltà ad analizzare nei termini della propria teoria dei sentimenti di inferiorità, pur non avendo nemmeno visto il bambino. Un po' sconcertato, gli chiesi come poteva essere così sicuro. 'A causa della mia esperienza di mille casi simili', egli rispose; al che non potei trattenermi dal commentare: 'E con quest'ultimo, suppongo, la sua esperienza vanta milleuno casi"...

 

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