Auguste Comte1) Il Positivismo, nato "in Francia nella prima metà dell'Ottocento [nell'atmosfera culturale creatasi attorno alla prima grande scuola della borghesia industriale francese, l'Ècole Polytechnique (Geymonat)] ed impostosi, [con il diffondersi dell'industrializzazione] a livello europeo e mondiale, nella seconda parte del secolo" (Abbagnano-Fornero), fu una corrente culturale caratterizzata dall'esaltazione della scienza e delle sue applicazioni tecniche, giustamente considerate come essenza della rivoluzione industriale, a sua volta causa di trasformazioni sociali e dell'incremento – almeno potenziale – del benessere della maggioranza della popolazione; esso costituì la più tipica espressione culturale della borghesia imprenditoriale del XIX secolo, la sua "ideologia", che si poneva, almeno tra le classi colte, come "terza via alla salvezza", alternativa al nazionalismo ed al comunismo; e non solo nel senso dell'esaltazione del mero progresso tecnologico, da cui sarebbe dovuto scaturire automaticamente quello dei vari settori della vita sociale, ma anche in quello della persuasione, comune alle svariate ramificazioni di questa corrente di pensiero, la cui storia si svolse lungo tutto l'arco del secolo, che la metodologia della scienza – consistente nel rigoroso ed esclusivo riferimento ai "fatti", ovvero ai fenomeni (o le fonti nella ricerca storica) e alle loro relazioni necessarie e invariabili, le leggi naturali, tutti empiricamente osservabili, "precisi", "certi, "reali", "utili", cioè effettivamente "posti" – avrebbe potuto essere applicata proficuamente alla società, al fine di migliorarla e razionalizzarla, ovvero (ri)costruirla consapevolmente, liberandola dai residui culturali del passato in direzione di una modernizzazione ed un più rapido sviluppo.

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2) Di qui la polemica contro la religione e la tradizione, e la pressione per la laicizzazione della cultura e la sua liberazione da ogni costruzione metafisica – caratterizzata cioè dalla pretesa di oltrepassare l'esperienza – ridefinendo al tempo stesso la filosofia (di cui si negava qualsiasi ambito peculiare) alla luce del compito "di analizzare e sistematizzare le leggi generali scoperte dalle scienze […] di riflettere sui loro metodi e risultati conoscitivi, cercando di stabilirne i princìpi comuni" (I sentieri della ragione).

 

3) Da quanto detto si possono individuare chiaramente i legami del positivismo con l'illuminismo ed il romanticismo, di cui è essenziale cogliere la contraddittorietà: se, infatti, col primo aveva indubbiamente in comune la polemica antimetafisica, l'atteggiamento laico e la fiducia nel progresso umano, se ne distanziava tuttavia per l'esaltazione spesso acritica della scienza, a cui veniva attribuita – con un atteggiamento ben distante da quello humeano e kantiano – la possibilità di raggiungere conoscenze definitive in ogni campo, e per l'indole essenzialmente riformista, cioè non radicale né rivoluzionaria "ma gradualista, dettata dall'idea che l'avvento di una società moderna, regolata da criteri di razionalità e 'scientificità' dovesse essere realizzato mediante progressive – e non violente – correzioni, mediante interventi volti ad eliminare i residui del passato" (I sentieri della ragione); caratteri, questi – il fideismo scientifico e l'ingenua fiducia nel progresso – che, insieme alla impostazione olistica della sociologia, avvicinavano oggettivamente il positivismo a quel romanticismo dalle cui pretese "spiritualistiche" e tradizionalistiche, come da ogni spiegazione finalistico/religiosa del mondo, pure prendeva senz'altro le distanze.

 

4) L'unico rappresentante della filosofia positivista di cui ci occuperemo è quello che può essere considerato a buon diritto il suo fondatore,Auguste Comte (1798-1857), che partiva da una profonda consapevolezza della transitorietà della propria epoca e, perciò, della crisi in cui la società si trovava a partire dalla rivoluzione francese, che aveva spazzato via "un mondo di verità e di valori [aprendo] un periodo di anarchia morale e intellettuale" (I sentieri della ragione). Si rendeva dunque necessaria un'opera di riorganizzazione della società, da attuarsi per mezzo di una grande rivoluzione mentale, consistente in una generalizzazione della mentalità scientifica, in maniera tale da procedere ad una politica "positiva", ovvero ad "un'azione razionale sui fenomeni umani e sociali […], fondata su una nuova scienza della società: la sociologia" (I sentieri della ragione)…

 

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La cultura umanistico-rinascimentale, considerata unitariamente, si colloca storicamente tra la fine del '300 e quella del '500, ossia nel periodo delle varie fasi di sviluppo di forme istituzionali distinte da quelle medievali, gli Stati moderni, anzitutto quelli comunali prima e regionali poi in Italia e Germania, e quindi quelli nazionali in Francia, Spagna, Olanda e Inghilterra, destinati a sorti ben più luminose.

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Abbiamo visto che Socrate, pur condividendo la persuasione sofista dell'impossibilità di discorsi dogmatici, cercò di superarne il relativismo, tendenzialmente foriero di una politica "ingiusta", cioè basata essenzialmente sulla forza e sulla sopraffazione reciproca, concentrandosi sulla definizione rigorosa dei problemi etico-politici, la cui autentica dimensione era da acquisire proprio in quell'inesauribile processo dialogico che idealmente rispecchiava la democrazia della polis; per il suo allievo Platone (427-347 a.C.), invece, era proprio quest'ultima ad essere essenzialmente causa di ingiustizia, giacché il suo presupposto relativistico – ovvero la persuasione che chiunque potesse legittimamente esercitare il potere –, abbinato alla verosimile impossibilità che tutti fossero virtuosi, cioè filosofi nel senso socratico, costituiva un terreno fertile per l'affermazione di politici senza scrupoli come Callicle...

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Nonostante il capolavoro di Schopenhauer (1788-1860), Il mondo come volontà e rappresentazione, che esprimeva il suo pensiero in forma pressoché compiuta, sia stato pubblicato nel 1819, sarebbe dovuto trascorrere un trentennio perché attirasse l'attenzione del pubblico, specialista e non, a causa del suo porsi in totale controtendenza con le principali correnti culturali della prima metà del secolo, caratterizzate da un ottimismo per più versi analogo: l'hegelismo, con la concezione dell'essenziale razionalità della realtà, manifestantesi nell'incedere della storia umana verso il sempre più compiuto dispiegamento della libertà, ed il positivismo,

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Come nel caso di filosofi come Socrate o Giordano Bruno, l'importanza della vita di Kierkegaard (1813-55) – condotta solitariamente, "permeata da un profondo senso del peccato" (Abbagnano-Fornero) concretizzantesi in un oppressivo senso di colpa, e caratterizzata, negli ultimi anni, dalla "polemica contro la Chiesa protestante danese" (Abbagnano-Fornero), giudicata, a causa della sua "mondanizzazione", del tutto distante dall'autenticità religiosa – sta nell'attestazione del rilievo pratico, ovvero delle ricadute sul piano esistenziale (e non "politico", come nel caso dei due sopracitati) del suo pensiero, destinato ad una più che consistente fortuna postuma

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È opportuno, nell'introdurre il pensiero di Karl Marx (1818-83), ricordare quanto affermato dal suo amico e strettissimo collaboratore Friedrich Engels nel discorso funebre a lui dedicato, ovvero che egli fu anzitutto un rivoluzionario, ovvero che gli aspetti economici, storici, giuridici, sociologici e, in senso lato, "filosofici" dei suoi studi costituiscono i diversi ed organici momenti di un progetto politico complessivo volto alla comprensione – e, perciò stesso, alla promozione – della dinamica tipica del mondo capitalistico,

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Anassagora (500-428 a.C.) radicalizzò il tema parmenideo dell'impossibilità del passaggio dal non essere all'essere, affermando che i principi, da lui definiti semi, fossero di generi tanti e tanto vari quanto le differenze tra ed all'interno delle cose; inoltre, recependo l'istanza zenoniana, concepì tali semi come infinitamente divisibili (e perciò costituenti una massa infinita), in parti che però mantengono la loro stessa natura: così, ad esempio, le parti in cui si divide il seme del legno saranno esse stesse lignee. Per questa ragione Aristotele denominò i semi omeomerie, che significa appunto "parti simili [al tutto che compongono]".

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La filosofia che abbiamo considerato finora si è caratterizzata essenzialmente come "fisica", ossia come riflessione sulla natura; con la sofistica, invece, che tralascia il problema dell'archè e concentra la propria attenzione sull'uomo inteso non come ente biologico, come "animale", ma a partire dalle problematiche legate alla sua vita sociale, ovvero la morale, il diritto, la politica, la religione, si può dire nasca la sua prima specializzazione, dando origine alle discipline "umanistiche" contemporanee.

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Intercorrono quattro secoli fra l'epoca di Sant'Agostino e la nascita della filosofia "Scolastica", così detta perché sviluppatasi nei livelli superiori delle scuole medievali, organizzatesi a partire dall'età carolingia e caratterizzate dalla riflessione sui rapporti, variamente intesi, tra la fede cristiana e la ragione. Il presupposto generale è la "superiorità" della prima, e non l'inutilità della seconda che, come già era stato per Sant'Agostino, è fondamentale sia per comprendere ed ordinare le verità rivelate, sia per presentarle agli infedeli – cioè ai credenti nella giovane e potente nuova religione musulmana – facendo leva sulla loro accettabilità per la ragione.

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La ricerca dei primi filosofi era stata orientata all'individuazione del principio di tutte le cose, inteso di volta in volta in senso sostantivo oppure verbale. La svolta che portò a considerarlo definitivamente nel primo senso fu determinata dall'ambiguità del pensiero parmenideo, che produsse la convinzione che gli enti sensibili fossero, semplicemente, "falsi"....

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Il pensiero di Immanuel Kant (1724-1804) costituisce il punto di confluenza e la sintesi delle tematiche dell'empirismo e del razionalismo, configurandosi così come momento culminante della filosofia moderna (e, più in particolare, dell'Illuminismo) e, al tempo stesso, luogo d'origine di quella contemporanea. Della sua opera considereremo qui solo la parte in questo senso fondamentale – e dunque gli scritti del cosiddetto periodo "critico" – ricordando soltanto, a proposito della sua lunga gestazione, che nei suoi studi giovanili Kant era stato influenzato dall'ideale illuminista di una filosofia naturalistica fondata sulla fisica newtoniana, e come quella impegnata ad evitare l'introduzione di cause e forze trascendenti la semplice descrizione dei fenomeni.

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La riflessione di Giordano Bruno (1548-1600) costituisce il momento culminante dell'esaltazione umanistica dell'autoaffermazione intramondana dell'uomo – da Abbagnano-Fornero presentata, in maniera parziale e, perciò, fuorviante, come mero "amore per la vita", quasi suggerendo l'idea di una celebrazione romantico-esistenziale del piacere dei sensi – comportando, per la prima volta in più di mille anni, una serrata critica del cristianesimo....

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Giurista tedesco, nato a Plettenberg (Westfalia) nel 1888, ed ivi spentosi nel 1985, la sua riflessione si colloca a ridosso delle due guerre mondiali, in un periodo in cui è ormai conclusa la da lui definita "epoca interstatale del diritto internazionale" ("jus publicum europaeum"), compresa tra il XVI secolo e la fine del XIX, e contrassegnata dal superamento delle guerre civili di religione del periodo immediatamente precedente e dalla conseguente trasformazione della guerra in "guerra tra Stati sovrani europei […] statalmente autorizzata e statalmente autorganizzata" (Il nomos della terra): il che significa che, in quel contesto storico la guerra, proprio come un "duello tra gentiluomini", non veniva considerata un'aggressione o un crimine, ma un legittimo confronto fra entità reciprocamente riconoscentisi come Stati sovrani, aventi cioè la potestà di decidere "intorno all'amicizia, ostilità, o neutralità reciproca" (Il concetto di 'politico').

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Il pensiero di Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) è, come quello di Schopenhauer, di Freud, di Marx e di Kierkegaard, una radicale messa in discussione e demistificazione dei tradizionali valori culturali, filosofici, etici, religiosi e politici della storia occidentale, e per questo motivo è ben rappresentativo del suo periodo più che secolare di crisi e trasformazione, caratterizzato dall'affermazione su scala mondiale della borghesia e del capitalismo che, ben lungi dal realizzare i sogni degli illuministi e dei positivisti, hanno determinato, oltre al rapidissimo abbandono di vecchie consuetudini, spesso non sostituite da alcunché o da atteggiamenti peggiori, nuove motivazioni ed occasioni, via via più drammatiche, di angosce individuali e conflittualità inter- ed intra-statuali, e nuove forme politiche, più o meno "totalitarie" ma in ogni caso estremamente pervasive, che costituiscono nel complesso un motivo più che legittimo per dubitare della "razionalità" e "sensatezza" del mondo umano e del suo percorso ed, in ogni caso, ricercare delle soluzioni.

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L'importanza di Galileo Galilei (1564-1642) sta per un verso nell'elaborazione della metodologia della ricerca scientifica moderna, capace di sintetizzare le esigenze e superare le realizzazioni di Bacon e Cartesio, per un altro nelle sue indagini fisiche ed astronomiche da quella rese possibili e per un altro ancora in una battaglia culturale volta ad affermare l'autonomia della scienza nei confronti del sapere tradizionale – e dei suoi rappresentanti – e delle autorità religiose, nella fattispecie dalla interpretazione della Bibbia operata dalla Chiesa Cattolica – a cui pure egli non intendeva nuocere ma, piuttosto, giovare, nella persuasione che la religione, "rimanendo ancorata a tesi dichiarate false dal progresso scientifico, avrebbe inevitabilmente finito per squalificarsi dinanzi agli occhi dei credenti" (Abbagnano-Fornero).

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Il fatto che il cristianesimo, in quanto religione rivelata, non fosse il risultato di una ricerca filosofica, non significava certamente che non gli si ponesse la necessità di chiarificare e sistemare organicamente le proprie concezioni; questo, insieme alle "esigenze di interpretazione dei testi sacri (ricchi di esempi, immagini figurate, allegorie) e di chiarificazione di punti complessi della dottrina, così come il confronto di alcuni [suoi] concetti fondamentali con quelli elaborati dalla filosofia"....

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I pensatori a cui si fa risalire l'inizio dell'elaborazione filosofica furono denominati da Aristotele fisiologi o fisici, cioè naturalisti, studiosi della natura(φύσις). Nel loro pensiero essa non va intesa, come si fa oggi, come qualcosa di "incontaminato", contrapposto allo "spirito" o alla "cultura", cioè a ciò che è "fabbricato" dall'uomo. Natura è, piuttosto, ciò che comprende ogni cosa, anche l'uomo e le sue opere...

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Mentre la riflessione protagorea, tutto sommato, non era andata a toccare le questioni tipiche delle filosofie precedenti, pur ponendo le premesse per la loro messa in discussione, quella di Gorgia da Lentini (485-376) lo fa nella maniera più radicale: e così, mentre i primi filosofi, pur nelle diverse soluzioni che avevano fornito al problema dell'arché, erano almeno stati accomunati dalla persuasione della sua esistenza, e dunque della possibilità della sua conoscenza, e quelli immediatamente successivi avevano ritenuto, contro Parmenide, che fosse possibile una spiegazione certa e inoppugnabile anche del mondo che ci circonda, Gorgia afferma, con la massima radicalità, che "nulla è; se anche qualcosa fosse non sarebbe conoscibile; se anche fosse conoscibile non sarebbe comunicabile"...

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Parlando di Giordano Bruno abbiamo ricondotto il suo interesse per la magia all'esaltazione dell'agire umano finalizzato alla dominio della natura. Francis Bacon (1561-1626) si è impegnato sia nell'esplicitazione dei motivi dell'importanza di tale fine, sia nell'individuazione e celebrazione della scienza come dell'unico mezzo capace di raggiungerlo, intendendola come ricerca paziente e metodica, condotta da scienziati non isolati ma riuniti in gruppi di ricerca, e capace di produrre non conoscenze "pure" e "disinteressate" ma applicazioni tecniche progettate per il benessere dell'umanità, cioè per liberarla dai flagelli della miseria e delle malattie.

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La filosofia di Socrate (470-399 a.C.) è, assieme a quella di Platone, una delle grandi alternative alla sofistica, differendo da entrambi per l'originale ridefinizione della verità, non più intesa come un complesso di conoscenze compiute, raggiungibile o meno a seconda delle prospettive, ovvero come contenuto dogmatico del discorso, ma come suo rigore formale dinamico, caratterizzato dallo smantellamento preliminare dei pregiudizi, ovvero delle convinzioni implicite ed infondate, su una determinata questione, dalla chiarificazione dei suoi termini fondamentali e dallo svolgimento non contraddittorio delle successive argomentazioni

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La tesi fondamentale dell'esistenzialismo è che l'oggetto più proprio della filosofia è la concretezza della condizione umana; appunto per questo Jean Paul Sartre, nell'opera del 1946 L'esistenzialismo è un umanismo, afferma che "siamo su di un piano dove ci sono soltanto uomini". Heidegger (1889-1976) – spesso accostato, erroneamente, al pensiero esistenzialista – nella sua Lettera sull'umanismo (1949), prende le distanze da quest'assunto, rivendicando la specificità della propria posizione filosofica, per la quale "siamo su di un piano dove c'è principalmente l'Essere"; e la questione che l'ha occupato per tutta la vita è appunto quella del significato fondamentale dell'essere, problematico nonostante il fatto che, come si legge nell'opera del 1927 Essere e tempo (la prima che rese note al grande pubblico le ricerche del filosofo), in qualche modo tutti credono di sapere cosa significhi "essere".

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L'attenzione del giovane Sigmund Freud (1856-1939) per gli studi del neuropsichiatra francese Jean Martin Charcot fu determinata dal fatto che questi, a differenza dei suoi colleghi di scuola positivista, prendeva in seria considerazione anche gli stati psiconevrotici (quali paralisi, convulsioni, attacchi epilettici, anoressia, bulimia, etc.) non riconducibili a lesioni organiche, ma a processi psichici autonomi, sforzandosi di curarliper mezzo dell'ipnotismo...

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Il pensiero di Parmenide di Elea (VI-V sec. a.C.), autore dell'opera in versi successivamente intitolata Intorno alla natura, ci è stato trasmesso in un'interpretazione sostanzialmente fuorviante che, proprio per la sua diffusione, non può essere accantonata, nonostante la necessità e proprio in vista di un suo superamento....

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Democrito (460-370 a.C.) fu l'esponente più noto della scuola fondata da Leucippo di Mileto, i cui autori non sono facilmente distinguibili e la cui importanza sta nell'aver costituito una grande alternativa a quella platonico-aristotelica, che se non produsse influenze immediate almeno mise fine all'apparente vanogioco della confutazione reciproca tra esponenti dello stesso filone di ricerca, mettendo a punto un filone di ricerca che sarebbe stato ripreso agli albori della rivoluzione scientifica, prima in maniera non dichiarata e poi, agli inizi dell'800, esplicitamente, dal fisico e chimico John Dalton, venendo infine abbandonata solo un secolo dopo, in seguito alla scoperta del fenomeno della radioattività, che dimostrava che ciò che impropriamente era stato definito "atomo" era in realtà un entità composita.

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L'importanza di Bernardino Telesio (1509-88) sta nell'aver contribuito a preparare il terreno alla rivoluzione scientifica, se non sul piano delle realizzazioni concrete, su quello dei suoi presupposti concettuali e "metodologici", consistenti nella preliminare messa in discussione delle concezioni tradizionali: sin il titolo dell'opera principale, La natura secondo i suoi propri principi, costituiva una polemica con l'allora dominante aristotelismo,

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Eraclito (VI-V secolo) è il primo a dichiarare la convinzione da cui implicitamente muovevano gli autori precedenti, ovvero la contrapposizione tra la riflessione filosofica, intesa come via d'accesso all'αρχή, e la mentalità comune, con ciò intendendo sia il complesso di conoscenze funzionali alla vita quotidianità che quella delle "autorità" tradizionali (intellettuali di prestigio, anziani)....

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La peculiarità di Thomas Hobbes (1588-1679) nel contesto della rivolu­zione scientifica è l'essere stato uno dei primi ad averla estesa allo studio del comportamento e della società umana, mettendo da parte, come già fatto da Telesio, Bruno, Bacon, Cartesio, Galilei, i pregiudizi e le filosofie precedenti, ed utiliz­zando un approccio sistematico inteso a restituire una compatta e "totalizzan­te" visione del mondo che "avrebbe dovuto esporre le leggi della materia, dell'uomo e dello Stato con un metodo quanto più possibile deduttivo" (Ge­ymonat), simile a quello cartesiano, allo scopo, umanisticamente "tecnico", di "porre i fondamenti di una comunità ordinata e pacifica, che egli crede possibile soltanto sulla base di uno Stato assoluto" (Abbagnano-Fornero).

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Il Positivismo, nato "in Francia nella prima metà dell'Ottocento [nell'atmosfera culturale creatasi attorno alla prima grande scuola della borghesia industriale francese, l'Ècole Polytechnique (Geymonat)] ed impostosi, [con il diffondersi dell'industrializzazione] a livello europeo e mondiale, nella seconda parte del secolo" (Abbagnano-Fornero), fu una corrente culturale caratterizzata dall'esaltazione della scienza e delle sue applicazioni tecniche,

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