Nietzsche1) Il pensiero di Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) è, come quello di Schopenhauer, di Freud, di Marx e di Kierkegaard, una radicale messa in discussione e demistificazione dei tradizionali valori culturali, filosofici, etici, religiosi e politici della storia occidentale, e per questo motivo è ben rappresentativo del suo periodo più che secolare di crisi e trasformazione, caratterizzato dall'affermazione su scala mondiale della borghesia e del capitalismo che, ben lungi dal realizzare i sogni degli illuministi e dei positivisti, hanno determinato, oltre al rapidissimo abbandono di vecchie consuetudini, spesso non sostituite da alcunché o da atteggiamenti peggiori, nuove motivazioni ed occasioni, via via più drammatiche, di angosce individuali e conflittualità inter- ed intra-statuali, e nuove forme politiche, più o meno "totalitarie" ma in ogni caso estremamente pervasive, che costituiscono nel complesso un motivo più che legittimo per dubitare della "razionalità" e "sensatezza" del mondo umano e del suo percorso ed, in ogni caso, ricercare delle soluzioni.

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2) La complessità e la non scontatezza degli esiti di tale ricerca si manifesta pienamente nell'opera del filosofo tedesco, talmente ricca di spunti e suggestioni da poter essere attinta proficuamente dalle posizioni più differenti: di qui, nel tempo, sul piano politico la sua rivendicazione tanto da parte dell'estrema destra nazista – motivata non soltanto dalle manipolazioni della sorella del filosofo, ma anche, se non soprattutto, dai motivi antidemocratici ed antiegualitari del suo pensiero, comunque sostanzialmente riconducibili all'avversione individualistica nei confronti della società di massa, che motivava anche quella verso l'antisemitismo – che dagli ambienti rivoluzionari novecenteschi, tanto anarchici che marxisti, sensibili a quelli tesi allo smascheramento dell'origine tutta umana dei supposti valori ultraterreni; oppure, sul piano filosofico, da parte di autori come Heidegger, Jaspers e Löwith, che ne hanno ricollegato la dottrina ai "grandi temi della tradizione filosofica dell'Occidente", o infine, su quello della psicologia, da autori come Freud, invece suggestionati dall'acutezza delle sue riflessioni psicologiche.

3) Ora, è bene puntualizzare che il progetto di Nietzsche di "distruzione programmatica delle certezze del passatonon nasce da un'arbitraria intenzione anarcoide ma, corrispondentemente a quanto detto all'inizio, dalla convinzione del filosofo che la contemporaneità sia contrassegnata da decadenza e nichilismo – ossia dalla fine della credenza in qualsiasi valore, e nell'esistenza stessa di un senso capace di informare la vita; insomma, da una sorta di "trionfo del nulla" al quale, tuttavia, non è affatto necessario rassegnarsi: il "nichilismo passivo" à la Schopenhauer, infatti, espressione di rinuncia e rassegnazione ed, in fondo, di delusione dinanzi alla mancanza di senso del mondo (sia esso quello religioso o quello scientista, o quello delle varie filosofie della storia), non è l'ultima posizione umana possibile, se non per la vecchia mentalità e prassi.

4) È difatti possibile un nichilismo "attivo", capace di accettare il mondo così com'è – questo il senso del motto zarathustriano "dire sì alla vita" –, riscoprendo, "per riappropriarsene, tutto ciò che la civiltà occidentale ha occultato, disprezzato, frainteso: il corpo, gli istinti, le pulsioni profonde, il soggetto che desidera; ma anche il dolore, la consapevolezza di un divenire senza senso né fine dell'esistenza, della realtà"; nella qual cosa emerge imperativamente la necessità di nuovi valori incarnati nella figura dell' "oltreuomo", che la filosofia deve, più che immaginare a tavolino, annunciare "profeticamente" ai pochi capaci di comprenderla...

 

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