Galileo Galilei as a young1) L'importanza di Galileo Galilei (1564-1642) sta per un verso nell'elaborazione della metodologia della ricerca scientifica moderna, capace di sintetizzare le esigenze e superare le realizzazioni di Bacon e Cartesio, per un altro nelle sue indagini fisiche ed astronomiche da quella rese possibili e per un altro ancora in una battaglia culturale volta ad affermare l'autonomia della scienza nei confronti del sapere tradizionale – e dei suoi rappresentanti – e delle autorità religiose, nella fattispecie dalla interpretazione della Bibbia operata dalla Chiesa Cattolica – a cui pure egli non intendeva nuocere ma, piuttosto, giovare, nella persuasione che la religione, "rimanendo ancorata a tesi dichiarate false dal progresso scientifico, avrebbe inevitabilmente finito per squalificarsi dinanzi agli occhi dei credenti".

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2) Come già era stato per Guglielmo di Ockham, per quest'autore non aveva senso, in generale, la pretesa di trarre, dalla Bibbia, verità scientifiche, in quanto il loro oggetto è costituito soltanto da quelle morali e salvifiche; né, in particolare, la pretesa del teologo luterano Andreas Osiander che l'eliocentrismo copernicano avesse la mera funzione di "ipotesi strumentale", atta a "salvare i fenomeni"; qualora, infatti, nelle Scritture vi fossero state enunciazioni apparentemente in contrasto con le osservazioni scientifiche – spiegabili tenendo presente la rozzezza dei popoli originariamente destinatari dei testi sacri –, avrebbe dovuto essere modificata la loro interpretazione in conformità delle seconde, e non il contrario, in una sorta di capovolgimento dell'antica posizione tomistica, e senz'altro in contraddizione con la posizione dei teologi protestanti, o alla Bellarmino, all'epoca maggioritari, convinti della verità letterale dei testi sacri; d'altronde, Galilei ricordava che proprio sant'Agostino aveva affermato la liceità e anzi la necessità di un'interpretazione allegorica delle Sacre Scritture, per non incorrere in errori ridicoli, "poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani ed occhi, e non men affetti corporali ed umani, come d'ira, di pentimento, d'odio, ed anche tal volta la dimenticanza delle cose passate e l'ignoranza delle future".

 

3) In effetti, nell'ottica galileiana, Dio si rivela non solo nelle Scritture, ma anche e soprattutto nella sua opera, ovvero nella natura; lo scienziato che la indaga, di conseguenza, praticando un'osservazione rigorosa e imparziale, è capace di giungere a verità più inoppugnabili di quelle espresse nei libri sacri, che, in quanto vanno interpretati, sono soggetti a fraintendimenti. Ed è proprio questo che ci fa comprendere per quale motivo le tesi cosmologiche galileiane furono condannate come eretiche ed il loro autore fu costretto all'abiura: non soltanto perché fondavano un sistema cosmologico diverso da quello desumibile dall'interpretazione letterale della Bibbia, quanto perché presupponevano che lo scienziato potesse arrivare con le sue sole forze alla verità divina, svincolandosi dall'autorità religiosa, affermandone sostanzialmente la potenziale fallibilità e, per giunta, vincolandone le affermazioni a quelle risultanti dalla sua libera ricerca. Come abbiamo visto, per Galilei questo valeva soltanto per le osservazioni fisiche; la qual cosa non toglieva, però, il suo mettere in discussione l'autorità assoluta della Chiesa nell'interpretazione delle Scritture (fermamente ribadita dal Concilio di Trento nel 1563) in un periodo in cui essa aveva già ricevuto duri colpi, sulla stessa questione, dal protestantesimo, e con Bruno l'Anticristo aveva iniziato a manifestarsi apertamente (e sia pure al culmine di un processo innescatosi sin dagli inizi dell'umanesimo, di cui evidentemente la Chiesa si era accorta troppo tardi)...

 

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